La primavera di praga

Dalla pagina Facebook di Rifondazione comunista:

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto #1968 l’invasione della Cecoslovacchia metteva fine alla #PrimaveradiPraga e all’esperienza e al progetto di “socialismo dal volto umano” promossa da #AlexanderDubcek e dal Partito Comunista Cecoslovacco. Chi non rinuncia alla #RifondazioneComunista non può che considerare quel tentativo di rinnovamento del socialismo un punto di riferimento imprescindibile. #Praga68

“La Primavera di Praga ha un destino curioso: è stata condannata e seppellita due volte, dai vincitori di ieri e da quelli di oggi. I suoi primi becchini furono i normalizzatori del 1968, che con l’aiuto dell’invasione sovietica ristabilirono nel paese la dittatura burocratico-poliziesca, minacciata mortalmente dalla protesta popolare, e condannarono la Primavera alla stregua di una controrivoluzione. Misero per iscritto il loro verdetto, in un documento intitolato Lezioni [dallo sviluppo della crisi nel partito e nella società dopo il XIII congresso del PcC], che diventò interpretazione ufficiale della storia. Chi voleva mantenere il posto, pubblicare, agire in pubblico, fare carriera, doveva ripetere le formulette di quell’elaborato ideologico e condannare pubblicamente i revisionisti, gli opportunisti di destra, i rinnegati e i controrivoluzionari, che, si pretendeva allora, sovvertivano le «basi del socialismo» in Cecoslovacchia. Per la seconda volta è ai nostri giorni, nel 1993, che si celebrano i funerali della Primavera di Praga. I nuovi vincitori depongono nella bara i suoi ispiratori e i suoi attori. Il parlamento ceco infatti ha approvato, e il presidente Václav Havel ha firmato, una legge, che definisce il periodo dal 1948 al novembre 1989 una fase durante la quale la società – per ben quaranta anni – è stata violentata da un’organizzazione criminale, il Partito comunista di Cecoslovacchia. Uno degli esponenti governativi ha scritto, per illustrare e difendere la suddetta legge, che anche i politici della Primavera erano rimasti guardiani del campo di concentramento, soltanto, a differenza dei loro cattivi predecessori, erano buoni (cfr. «Rudé právo», 18 giugno 1993).

Chi vuole comprendere la sostanza della Primavera di Praga, non può ignorare questa duplice condanna. Perché i vincitori, di ieri e di oggi, maledicono la Primavera o ne minimizzano il significato, la dichiarano una faccenda chiusa e consigliano di dimenticare quell’avvenimento il piú presto possibile? E se un qualche esponente governativo valuta positivamente il 1968, svaluta immediatamente la grande sollevazione popolare, affrettandosi ad aggiungere che le «buone caratteristiche» della società, allora dimostrate, possono affermarsi in misura inedita oggi, nella realizzazione del «grande compito del nostro tempo», che è la normalizzazione neocapitalistica.

Ambedue i testi, sia le Lezioni del 1970, sia la legge anticomunista del 1993, sono documenti notevoli; se è vero che non dicono nulla di veritiero sulla Primavera di Praga rivelano molto sugli estensori, mostrano il loro rapporto con la realtà e diventano una testimonianza, fissata durevolmente sulla carta, della ridicolaggine e della penosità di ambedue i vincitori. (La lingua tradisce chiunque la tratti come uno strumento maneggevole e non ne ascolta la voce, non ne pondera le sue possibilità e insidie). Le Lezioni prescrivevano alla società come doveva guardare al proprio passato e dettavano le regole di comportamento per chiunque volesse affermarsi. La legge anticomunista dei vincitori odierni fissa con una norma legale il panorama del passato, una cosa mai vista né udita, salvo forse che nel paese di Josef Svejk e di Franz Kafka.

Cosa unisce i diversissimi vincitori, i collaborazionisti e i partigiani del «realsocialismo» di ieri con gli odierni democratici, visto che rifiutano la Primavera di Praga e non hanno comprensione per il suo significato? È la maledizione (di tutti? della maggioranza?) dei vincitori, che governano nella convinzione che il loro dominio duri per l’eternità, come se non esistesse alternativa al loro programma, alla loro prassi? Un anno dopo la sconfitta della Primavera, in Cecoslovacchia i normalizzatori di allora accentrarono tutto il potere nelle proprie mani, nella beata speranza che non vi fosse al mondo forza capace di spazzarli via. Sono bastati soltanto venti anni, brevi nella prospettiva storica terribilmente lunghi dal punto di vista della vita individuale, e il sistema apparentemente onnipotente è naufragato, dalla sera alla mattina se ne è vista la corruzione e la putrefazione. Per i vincitori odierni, il sistema della «economia di mercato» è non soltanto l’ultima parola della storia, ma anche l’ordine naturale, a lungo cercato e finalmente e felicemente trovato, che corrisponde alla sostanza dell’uomo e instaura sulla Terra la normalità.

(…) La Primavera di Praga rifiutò nettamente lo stalinismo o quello che, con termine piú tardo per indicare la stessa cosa, fu detto «realsocialismo», ma neppure inclinò verso la normalità dell’altra parte del mondo, verso il capitalismo (o come si dice oggi pudicamente, cautamente, senza il coraggio di penetrare la sostanza della cosa: verso l’economia di mercato). Poiché si scostava dalla norma, che in una parte del mondo di allora valeva come normalità, ne metteva in dubbio la legittimità, il suo soffocamento venne detto normalizzazione: il popolo, la nazione, la società furono rigettati indietro con la violenza, nella situazione capovolta, che aveva dominato come norma e normalità. Rispetto a queste la Primavera di Praga fu l’eccezione inammissibile.

Anche la norma e la normalità attuali ripudiano la Primavera di Praga come anormalità, abnormalità, eccezione, in questo caso puramente folle, perché avrebbe tentato l’impossibile: una «terza strada» tra il capitalismo e il socialismo. Ma nel momento in cui è chiaro che l’odierno capitalismo vittorioso, come il fallito «realsocialismo», crescono dalla stessa radice, dal paradigma dell’epoca moderna e dalla sua «fine», si manifesta il senso vero della Primavera: l’aver posto un punto interrogativo (e uno esclamativo) sulla legittimità del «realsocialismo» e l’aver messo in dubbio, contemporaneamente, con i suoi momenti chiave, i suoi atti, le sue idee, quel paradigma, per intero e in ambedue le varianti.

Perciò la domanda su quanto era veramente in gioco svela il senso e la sostanza di quell’avvenimento: in gioco, a repentaglio erano le istituzioni consolidate; l’iniziativa popolare, dal basso, revocava in dubbio i dogmi in vigore sulla politica, sulla realtà. A prescindere dal risultato di quell’esperimento, la sua stessa esistenza, il processo dei sette mesi iniziali (il prologo), i primi sette giorni dell’occupazione (il culmine) e i successivi sette mesi di graduale ritirata (l’epilogo), testimoniano un «tentativo eroico», che non è l’illusoria e proditoria «terza via», non è neppure l’irresolutezza che doveva fallire nell’evoluzione successiva, anche senza intervento dall’esterno. La Primavera di Praga non fu un vano tentativo di «terza via», condannato a scomparire, all’insuccesso, a essere dimenticato, ma continua come barlume e aspirazione all’unica via che può salvare l’umanità dalla catastrofe globale, come timido segnale di un’immaginazione, dalla quale un giorno nascerà un nuovo paradigma. Le ribellioni del 1968, in molti paesi del vecchio e del nuovo continente, nell’«Occidente» e nell’«Oriente» di allora, hanno messo un punto interrogativo sulla legittimità del paradigma storico imperante e segnalato che le sue possibilità creative sono esaurite, che la «fine della storia» esige un paradigma nuovo”

Karel Kosík, La Primavera di Praga, la “fine della storia” e lo “Schauspieler”, 1995

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