Facciamo rinascere la 833

Franco Cilenti**
L’unico modo per difendere il diritto alla SALUTE
Quest’anno il Servizio sanitario nazionale compie quarant’anni, quindi giovane nonostante abbia subito nella sua vita attacchi virali dall’esterno, ma anche dall’interno dalle proprie articolazioni, boicottaggi pro privato e revisioni legislative che ne hanno peggiorato la funzionalità ed efficacia.
Prima del 1978 c’erano le casse mutue, oggi si torna a un sistema sanitario “corporativo” e non universalistico attraverso il predominio delle assicurazioni che fanno capo al welfare aziendale di dipendenti semipaganti e alla spartizione dei finanziamenti pubblici in Fondi regionali che aggravano le disparità geografiche.
Da oltre dieci anni è sempre più spudoratamente aggredito, anche da chi dovrebbe salvaguardarlo, da tagli e svendite di pezzi ai privati e sventrato dall’interno a tal punto che oggi, tanto da dare un’idea, mancano oltre 80mila operatori tra infermieri e oss, costringendo i sopravvissuti anche a turni di 16 ore che mettono a rischio la sicurezza di malati e operatori.
Da quando è cominciata la truffa dei tagli, abbiamo 70 mila posti letto in meno, 175 ospedali chiusi, macchinari nell’83% dei casi obsoleti. Considerando i dati del Consiglio dei Ministri nel Documento di economia e finanza, nel 2018 il rapporto tra la spesa sanitaria e la ricchezza prodotta nel Paese, cioè il Pil, scenderà a quota 6,5 per cento, soglia limite indicata dall’Oms.
La conseguenza? E’ sempre più difficile, nonostante gli sforzi di medici e infermieri, garantire un’assistenza continuativa e di qualità, a volte neppure l’accesso alle cure, con una conseguente riduzione dell’aspettativa di vita.
Oggi, a pochi giorni dall’anniversario dell’approvazione della Legge 833 di Riforma Sanitaria, l’inchiesta di Cittadinanzattiva sullo stato del Servizio Sanitario pubblico fotografa un’allarmante stato di cose che non rappresenta una novità per chi come noi da decenni fa inchiesta dentro i luoghi di lavoro e di cura. Sono decenni che il SSN viene sistematicamente indebolito dai governi succedutosi (nonostante lodevoli parentesi, ad esempio, il ministero di Rosy Bindi) del resto assegnarono il ministero al partito Liberale che aveva votato contro l’approvazione della legge 833 in Parlamento.
L’inchiesta citata parla, ancora una volta, alla politica che appare indifferente di fronte al drammatico aumento delle diseguaglianze in generale ed in particolare nella salute. L’ulteriore e costante negli anni de-finanziamento del sistema sanitario pubblico che investe il nostro Paese da almeno un decennio. I dati Ocse dimostrano che dopo il 2009 il nostro Paese è entrato a fare parte di quel ristretto novero di stati che hanno ridotto la spesa sanitaria mentre l’incremento medio dei paesi Ocse dell’1,4%, guadagnandoci quindi come stato il fanalino di coda dei paesi Ocse.
Le diseguaglianze, in generale ed in particolare sulla salute nel nostro paese si vanno fortemente ampliando. I dati Istat confermano una differenza enorme tra Regioni: la maggiore speranza di vita si registra nelle regioni del Nord Est: per gli uomini è di 81,2 e per le donne 85,6. Mentre nelle Regioni del Mezzogiorno si riduce a 79,8 anni per gli uomini e 83,3 per le donne.
Anche la mortalità prematura (tra i 30 e 69 anni) presenta forti divari a livello territoriale e parliamo di morti evitabili con idonee politiche di prevenzione. I determinanti della salute vanno rivisti sulla base di relazioni sociali, oggi sono determinati da politiche regressive, che incidano sui seguenti fattori: differenze geografiche, classe sociale, istruzione, condizione lavorativa, abitativa. Detta in parole povere, per fare prevenzione bisogna indagare (preventivamente) prima (all) l’esigenza di cura i bisogni di salute della popolazione.
Delle diseguaglianze di salute, della mortalità evitabile e dei milioni di italiani che hanno ridotto le cure, o addirittura rinunciato, dobbiamo anche parlarne considerando quanto emerge dallo studio ‘Osservatorio sui tempi di attesa e sui costi delle prestazioni sanitarie nei Sistemi Sanitari Regionali’, condotto da Crea, commissionato dalla Funzione Pubblica Cgil e dalla Fondazione Luoghi Comuni, che prende a riferimento un arco temporale che va dal 2014 al 2017. Un’indagine effettuata su un campione di oltre 26 milioni di utenti, pari al 44% della popolazione totale. Cosa registra questo studio? Sempre più lunghi i tempi di attesa per effettuare visite mediche nella sanità pubblica, con una media di 65 giorni, a fronte di un’offerta privata ben più rapida, circa 7 giorni di attesa per una visita, e costi sempre meno distanti tra pubblico e privato.
Un capitolo a parte è rappresentato dalla libera professione intramuraria che non ha affatto diminuite le liste d’attesa e si è sempre più caratterizzata come un canale obbligato di accesso in tempo brevi alle prestazioni. Una modalità cui le persone sono costrette e che mette in questione l’equità del servizio sanitario e introduce intollerabili discriminazioni tra i cittadini e le cittadine. Una pratica, questa che Dovrebbe essere abolita, perché costosa e incompatibile con l’idea di fondo della 833, nell’immediato e’ assolutamente urgente una revisione di questo strumento, che ne vincoli l’applicazione alla riduzione reale delle liste di attesa.
Va proposto un nuovo rapporto tra operatori, servizio sanitario nazionale e cittadini: un new-deal della sanità che, sulla base di una autentica applicazione della legge 833, che sia un modello per tutto il welfare in crisi, includa il potenziamento degli organismi sulla sicurezza del lavoro e la promozione di una lotta unitaria per il salario delle professioni, come base di azione per promuovere l’occupazione per tutte le figure sanitarie e favorire l’umanizzazione dei servizi e delle cure, insieme all’appropriatezza condivisa tra operatori e utenti.
Riteniamo vitale per la sopravvivenza e la riqualificazione del S.S.N. la costruzione di spazi di confronto tra operatori e cittadini per affrontare il tema della sicurezza psicofisica degli operatori durante il loro lavoro di cura e assistenza. Il tema del conflitto sempre più evidente tra i cittadini e gli operatori considerati responsabili dei disservizi è da non sottovalutare altrimenti si rischia di non cogliere, e derubricare in “menefreghismo”, quelle che, invece, sono coercitive condizioni di lavoro imposte da politiche di tagli al personale che costringono a carichi di lavoro insostenibili che producono stress e disaffezione alla professione; di repressione della libertà di parola e della stessa agibilità sindacale, pienamente riconosciuta sulla carta ma ostacolata nei fatti, anche sulla sicurezza del lavoro, a partire dalle malattie professionali. Gli atti di violenza fisica, cui sono fatti oggetto molti operatori e operatrici hanno dei “mandanti” verso i quali dovremmo indirizzare la rabbia e la protesta più che legittima delle persone.
Della sanità italiana, del destino del servizio sanitario nazionale, del diritto alla salute sempre più sotto scacco, è necessario parlare e discutere apertamente. Per un dovere d’informazione e di verità e per vincere quel senso di rassegnazione e d’impotenza che attanaglia la società italiana. La mancanza di una rappresentanza politica e la rinuncia sindacale al conflitto inibisce il dissenso dei milioni di persone che hanno enormi difficoltà ad accedere al Servizio sanitario nazionale e che alla fine rinunciano a curarsi per motivi economici, per gli infiniti tempi di attesa.
Quali obiettivi per alcune campagne nazionali che coinvolgano operatori, studiosi, associazioni e cittadini?
Combattere le iniziative di privatizzazione e mercificazione della salute promuovendo il ritorno alla Legge 833 nella definizione degli obiettivi di salute.
Demistificare l’induzione politica mediatica a favore delle assicurazioni sanitarie integrative, denunciandone il ruolo corrosivo nei confronti del Servizio Sanitario Pubblico Universale fondato sulla Fiscalità progressiva.
Rivendicare un finanziamento congruo del SSN, con una percentuale sul PIL almeno simile a quella media degli altri Paesi dell’Europa Occidentale, cominciando da subito ad interrompere i tagli nelle risorse destinate alla sanità. Insomma, smettendola con la pratica del de-finanziamento del Sistema Sanitario Nazionale praticato da questo governo come da quelli precedenti!
* Segreteria PRC-S.E. DIpartimento Sanità e Welfare
**Responsabile Rete Sanità PRC-S.E.

Franco Cilenti**
L’unico modo per difendere il diritto alla SALUTE
Quest’anno il Servizio sanitario nazionale compie quarant’anni, quindi giovane nonostante abbia subito nella sua vita attacchi virali dall’esterno, ma anche dall’interno dalle proprie articolazioni, boicottaggi pro privato e revisioni legislative che ne hanno peggiorato la funzionalità ed efficacia.
Prima del 1978 c’erano le casse mutue, oggi si torna a un sistema sanitario “corporativo” e non universalistico attraverso il predominio delle assicurazioni che fanno capo al welfare aziendale di dipendenti semipaganti e alla spartizione dei finanziamenti pubblici in Fondi regionali che aggravano le disparità geografiche.
Da oltre dieci anni è sempre più spudoratamente aggredito, anche da chi dovrebbe salvaguardarlo, da tagli e svendite di pezzi ai privati e sventrato dall’interno a tal punto che oggi, tanto da dare un’idea, mancano oltre 80mila operatori tra infermieri e oss, costringendo i sopravvissuti anche a turni di 16 ore che mettono a rischio la sicurezza di malati e operatori.
Da quando è cominciata la truffa dei tagli, abbiamo 70 mila posti letto in meno, 175 ospedali chiusi, macchinari nell’83% dei casi obsoleti. Considerando i dati del Consiglio dei Ministri nel Documento di economia e finanza, nel 2018 il rapporto tra la spesa sanitaria e la ricchezza prodotta nel Paese, cioè il Pil, scenderà a quota 6,5 per cento, soglia limite indicata dall’Oms.
La conseguenza? E’ sempre più difficile, nonostante gli sforzi di medici e infermieri, garantire un’assistenza continuativa e di qualità, a volte neppure l’accesso alle cure, con una conseguente riduzione dell’aspettativa di vita.
Oggi, a pochi giorni dall’anniversario dell’approvazione della Legge 833 di Riforma Sanitaria, l’inchiesta di Cittadinanzattiva sullo stato del Servizio Sanitario pubblico fotografa un’allarmante stato di cose che non rappresenta una novità per chi come noi da decenni fa inchiesta dentro i luoghi di lavoro e di cura. Sono decenni che il SSN viene sistematicamente indebolito dai governi succedutosi (nonostante lodevoli parentesi, ad esempio, il ministero di Rosy Bindi) del resto assegnarono il ministero al partito Liberale che aveva votato contro l’approvazione della legge 833 in Parlamento.
L’inchiesta citata parla, ancora una volta, alla politica che appare indifferente di fronte al drammatico aumento delle diseguaglianze in generale ed in particolare nella salute. L’ulteriore e costante negli anni de-finanziamento del sistema sanitario pubblico che investe il nostro Paese da almeno un decennio. I dati Ocse dimostrano che dopo il 2009 il nostro Paese è entrato a fare parte di quel ristretto novero di stati che hanno ridotto la spesa sanitaria mentre l’incremento medio dei paesi Ocse dell’1,4%, guadagnandoci quindi come stato il fanalino di coda dei paesi Ocse.
Le diseguaglianze, in generale ed in particolare sulla salute nel nostro paese si vanno fortemente ampliando. I dati Istat confermano una differenza enorme tra Regioni: la maggiore speranza di vita si registra nelle regioni del Nord Est: per gli uomini è di 81,2 e per le donne 85,6. Mentre nelle Regioni del Mezzogiorno si riduce a 79,8 anni per gli uomini e 83,3 per le donne.
Anche la mortalità prematura (tra i 30 e 69 anni) presenta forti divari a livello territoriale e parliamo di morti evitabili con idonee politiche di prevenzione. I determinanti della salute vanno rivisti sulla base di relazioni sociali, oggi sono determinati da politiche regressive, che incidano sui seguenti fattori: differenze geografiche, classe sociale, istruzione, condizione lavorativa, abitativa. Detta in parole povere, per fare prevenzione bisogna indagare (preventivamente) prima (all) l’esigenza di cura i bisogni di salute della popolazione.
Delle diseguaglianze di salute, della mortalità evitabile e dei milioni di italiani che hanno ridotto le cure, o addirittura rinunciato, dobbiamo anche parlarne considerando quanto emerge dallo studio ‘Osservatorio sui tempi di attesa e sui costi delle prestazioni sanitarie nei Sistemi Sanitari Regionali’, condotto da Crea, commissionato dalla Funzione Pubblica Cgil e dalla Fondazione Luoghi Comuni, che prende a riferimento un arco temporale che va dal 2014 al 2017. Un’indagine effettuata su un campione di oltre 26 milioni di utenti, pari al 44% della popolazione totale. Cosa registra questo studio? Sempre più lunghi i tempi di attesa per effettuare visite mediche nella sanità pubblica, con una media di 65 giorni, a fronte di un’offerta privata ben più rapida, circa 7 giorni di attesa per una visita, e costi sempre meno distanti tra pubblico e privato.
Un capitolo a parte è rappresentato dalla libera professione intramuraria che non ha affatto diminuite le liste d’attesa e si è sempre più caratterizzata come un canale obbligato di accesso in tempo brevi alle prestazioni. Una modalità cui le persone sono costrette e che mette in questione l’equità del servizio sanitario e introduce intollerabili discriminazioni tra i cittadini e le cittadine. Una pratica, questa che Dovrebbe essere abolita, perché costosa e incompatibile con l’idea di fondo della 833, nell’immediato e’ assolutamente urgente una revisione di questo strumento, che ne vincoli l’applicazione alla riduzione reale delle liste di attesa.
Va proposto un nuovo rapporto tra operatori, servizio sanitario nazionale e cittadini: un new-deal della sanità che, sulla base di una autentica applicazione della legge 833, che sia un modello per tutto il welfare in crisi, includa il potenziamento degli organismi sulla sicurezza del lavoro e la promozione di una lotta unitaria per il salario delle professioni, come base di azione per promuovere l’occupazione per tutte le figure sanitarie e favorire l’umanizzazione dei servizi e delle cure, insieme all’appropriatezza condivisa tra operatori e utenti.
Riteniamo vitale per la sopravvivenza e la riqualificazione del S.S.N. la costruzione di spazi di confronto tra operatori e cittadini per affrontare il tema della sicurezza psicofisica degli operatori durante il loro lavoro di cura e assistenza. Il tema del conflitto sempre più evidente tra i cittadini e gli operatori considerati responsabili dei disservizi è da non sottovalutare altrimenti si rischia di non cogliere, e derubricare in “menefreghismo”, quelle che, invece, sono coercitive condizioni di lavoro imposte da politiche di tagli al personale che costringono a carichi di lavoro insostenibili che producono stress e disaffezione alla professione; di repressione della libertà di parola e della stessa agibilità sindacale, pienamente riconosciuta sulla carta ma ostacolata nei fatti, anche sulla sicurezza del lavoro, a partire dalle malattie professionali. Gli atti di violenza fisica, cui sono fatti oggetto molti operatori e operatrici hanno dei “mandanti” verso i quali dovremmo indirizzare la rabbia e la protesta più che legittima delle persone.
Della sanità italiana, del destino del servizio sanitario nazionale, del diritto alla salute sempre più sotto scacco, è necessario parlare e discutere apertamente. Per un dovere d’informazione e di verità e per vincere quel senso di rassegnazione e d’impotenza che attanaglia la società italiana. La mancanza di una rappresentanza politica e la rinuncia sindacale al conflitto inibisce il dissenso dei milioni di persone che hanno enormi difficoltà ad accedere al Servizio sanitario nazionale e che alla fine rinunciano a curarsi per motivi economici, per gli infiniti tempi di attesa.
Quali obiettivi per alcune campagne nazionali che coinvolgano operatori, studiosi, associazioni e cittadini?
Combattere le iniziative di privatizzazione e mercificazione della salute promuovendo il ritorno alla Legge 833 nella definizione degli obiettivi di salute.
Demistificare l’induzione politica mediatica a favore delle assicurazioni sanitarie integrative, denunciandone il ruolo corrosivo nei confronti del Servizio Sanitario Pubblico Universale fondato sulla Fiscalità progressiva.
Rivendicare un finanziamento congruo del SSN, con una percentuale sul PIL almeno simile a quella media degli altri Paesi dell’Europa Occidentale, cominciando da subito ad interrompere i tagli nelle risorse destinate alla sanità. Insomma, smettendola con la pratica del de-finanziamento del Sistema Sanitario Nazionale praticato da questo governo come da quelli precedenti!
* Segreteria PRC-S.E. DIpartimento Sanità e Welfare
**Responsabile Rete Sanità PRC-S.E.

Con la coda tra le gambe.

Il governo gialloverde assomiglia nel modo di fare a uno di quei piccoli chihuahua che abbaiano , ringhiano e sbavano nemmeno fossero rottweiler in procinto di assalire poi basta un : ” a cuccia” a voce un po’ alta e il ringhio si trasforma in un cai cai con tanto di coda tra le gambe e così quando i nostri eroi del cambiamento si sono presentati ringhiando e sbavando dai signori di Bruxelles si sono presi un bel : ” a cuccia ” e via cai cai a casa con la coda tra le gambe, pecore con i potenti , lupi con i deboli.

Lega : come cercare consensi attraverso la paura

Come al solito i rappresentanti leghisti cercano consensi alimentando paure e falsi allarmismi, entrando nello specifico ovvero la presenza di alunni stranieri all’interno dell’istituto Leopoldo II di Lorena che a detta di tali rappresentanti che a loro volta si farebbero portavoce di alcuni genitori preoccupati della presenza degli alunni stranieri colpevoli a loro dire del potere portare infezioni e malattie ed essere responsabili di traffici illeciti, si parla con leggerezza di disinfezioni e disinfestazioni , allontamenti separazioni tra italiani e gli alunni stranieri in questione, tutto questo , andrebbe ricordato a chi a memoria corta ci riporta agli anni più bui del nostro recente passato, come Partito della Rifondazione Comunista prendiamo le distanze e condanniamo certi atteggiamenti non possiamo accettare lezioni da chi offre uno spray al peperoncino in cambio di una tessera di partito , occorrono invece progetti di integrazione , inclusione , scambi interculturali in modo da diminuire le paure e non alimentarle.

Comunicato stampa circolo PRC Grosseto

Purtroppo ci stiamo abituando ad esternazioni di sconcertante bassezza culturale, oltretutto prive di fondamento. Per questo motivo ci fa piacere che questa volta ci sia stata qualche reazione al comunicato apparso sul Giunco da parte dei leghisti Ulmi e Lolini in merito alla questione di eventuali contaminazioni (sì, avete letto bene . . . contaminazioni!) ad opera di migranti. Al di là della totale ignoranza sulla gestione dei richiedenti asilo che mette in discussione leggi dello Stato (Stato che questi signori dovrebbero rappresentare!) la cosa veramente ributtante è che si spacci per azione politica ciò che altro non è che dare corpo e voce ai pensieri più gretti ed agli istinti più bassi che si stanno diffondendo sempre di più grazie anche a comunicati come questo. (A proposito, sempre parlando di “marketing politico” che dire dello scambio tessera/spray al peperoncino, oggetto peraltro usato anche dagli stupratori stessi?) La scuola dovrebbe essere il luogo dell’acquisizione dei saperi attraverso un lavoro di collaborazione e cooperazione con un’attenzione costante all’interazione culturale . Dovrebbe essere il punto di partenza per mettere in atto i valori costituzionali che prevedono che essa debba essere “ plurale, laica, ed inclusiva , finalizzata alla valorizzazione della persona, alla rimozione degli ostacoli economici, sociali, culturali e di genere che limitano libertà e uguaglianza”. Ma cosa ci dobbiamo aspettare da chi la considera invece con mentalità aziendale e che per sicurezza nelle scuole intende non la messa in sicurezza degli edifici che ogni tanto crollano sulla testa dei nostri ragazzi e dei loro insegnanti, ma aumentare la presenza della polizia? Ci stanno togliendo la serenità, vogliono coltivare il clima di paura, rintracciare un nemico da odiare. E la cosa più brutta è che vogliano usare la scuola come luogo di discriminazione. Sono brutti segnali. Se andiamo avanti così non ci meravigliamo se tra qualche settimana ci sarà un’interpellanza sui parchi contaminati (ah, no, giusto! forse lì si continueranno a togliere panchine!) o magari sulla merce contaminata al supermercato ad opera di mani che hanno un colore di pelle diverso, o forse sugli autobus dove torneremo ai tempi di Rosa Parks! Fare leva sulle preoccupazioni della gente, alimentare la cultura del sospetto non ha mai portato bene all’umanità.

Lotta contro illegalità e abusivismo?

Grande risalto mediatico allo sgombero ancora in atto dei Casamonica con presenza massiccia di giornali e televisioni e servizi in diretta , sta di fatto che comunque è ancora tutto in piedi , non so ma qualcosa mi fa pensare che se al posto di qualche mafioso rinchiuso in una villa ci fossero stati studenti ad occupare una scuola o operai ad occupare una fabbrica sarebbero già stati sgomberati senza tanti complimenti , è giusto demolire quelle ville , l’abusivismo è una piaga da combattere e estirpare ma quella che sembra la vera intenzione non sembra tanto questo quanto quella di fare propaganda politica

La ripartenza

Non si vive di sole analisi e riflessioni certo sono importanti ma alla fine occorre giungere alle conclusioni , sulle ultime vicende di PAP analisi e riflessioni si sono sprecate ma alla fine dei giochi la conclusione a mio parere non può essere che una , quell’esperienza ha fallito inutile sperare in una sua rinascita , in un cambiamento , occorre ripartire da noi abbiamo competenze passione e una militanza ancora radicata e capace , possiamo essere la forza trainante e non un carro al seguito , ripartiamo dalla nostra base per un vero rilancio, per la ripartenza della Rifondazione Comunista , per un partito più forte nel presente pronto ad essere forza motrice per le sfide future .