Rifondazione Comunista con i lavoratori in lotta.

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Rifondazione comunista con i lavoratori metalmeccanici in lotta

Rifondazione comunista è al fianco dei lavoratori metalmeccanici in lotta nell’ambito di una settimana di scioperi e manifestazioni promosse da Cgil, Cisl e Uil per chiedere al governo impegni concreti sull’occupazione e l’assunzione di politiche industriali che fermino la desertificazione produttiva in atto nel paese.
E’ il risultato delle scelte dei governi succedutisi negli ultimi anni che in nome del primato del mercato e della libertà d’impresa si sono limitati ad elargire soldi pubblici ad un capitalismo “prendi i soldi e scappa” incurante dei destini dei lavoratori, del sistema paese e dell’ambiente.
Oggi solo facendo come in Francia, cioè radicalizzando le lotte e unificando tutti i settori colpiti è possibile imporre a questo governo atti in discontinuità con quelli che l’hanno preceduto e incidere realmente sulle crisi industriali che coinvolgono più di 160 stabilimenti colpiscono duramente l’occupazione e mettono a rischio settori strategici dell’economia italiana.
Con la campagna sociale del partito il Prc porta al confronto le sue proposte per ampliare la mobilitazione a un ancor più vasto fronte sociale che coinvolgendo tutte le figure e le sofferenze di cui è composto il mondo del lavoro, stabili, precari, disoccupati, sottopagati, migranti, i giovani, le donne e i pensionati abbia la forza per riconquistare i diritti rubati da trent’anni di politiche neoliberiste
IL Prc sarà in piazza a Roma, dove saranno presenti anche i lavoratori dell’ex Ilva in sciopero, per dire che Arcelor Mittal non è affidabile e che l’unica strada per salvare l’occupazione, l’adeguamento degli impianti e l’ambiente è la nazionalizzazione.

Maurizio Acerbo, Segretario nazionale PRC-S.E.

Antonello Patta, Responsabile lavoro PRC. S.E.

La politica è morta?

La politica è morta?

di Paolo Cacciari –

Vedo un rischio nella continua lamentazione sulla “morte della politica” che sarebbe provocata – a detta di molti osservatori costernati della sinistra – dallo strapotere delle forze economiche. Secondo questa tesi la centralità delle istituzioni democratiche sarebbe venuta a meno a causa del potere di ricatto delle elite ai posti di comando dell’economia. Ma non è certo una novità che siano quelli che possiedono le ricchezze a decidere la politica in un sistema capitalistico, come ci spiegava già Adam Smith a proposito di “mercanti e industriali”. É certo vero che oggi poche banche mondiali tengono le corde delle borse degli stati e meno di duecento società transnazionali controllano la metà dell’intero commercio internazionale. Opporsi ai loro business può essere fatale per le popolazioni di una singola nazione, come si è visto in Grecia o in Argentina o in Venezuela. Ma questo potere non è di origine soprannaturale. I mercati non si trovano in natura. Sono costruzioni sociali, giuridiche, politiche. Per funzionare hanno bisogni di norme di legge, regolamenti, trattati e istituzioni internazionali, infrastrutture, accesso a materie prime e a lavoro umano. Il “libero mercato” senza il “pugno di ferro” delle istituzioni pubbliche non sopravvivrebbe un giorno. Mario Draghi, Chrisine Lagarde, Jerome Powell non sono frutti spontanei della società civile. Per intenderci; non sono sardine.

L’economia “pura” non esiste: è sempre politica. E la politica è esattamente lo spazio dentro cui avviene la contesa per il controllo della ricchezza sociale. Le istituzioni politiche non sono entità esterne. Non sono luoghi super partes dall’alto dei quali i “rappresentanti” del popolo guardano, giudicano e mediano tra gli interessi delle forze sociali in lotta seguendo un mitico “interesse generale” o “bene comune”. Sono esse stesse formate dal fuoco della tensione permanente tra demos e kratos, tra dominati e dominanti.

Se oggi siamo giunti al punto in cui gli interessi dei detentori di capitali (finanziari e patrimoniali) sono diventati tanto potenti da potersi impadronire, oltre che di tutti i mezzi di produzione, delle banche centrali, dei beni demaniali, delle infrastrutture, dei servizi alle persone… non è a causa di un deficit di politica, ma esattamente al contrario di una volontà di (onni)potenza dei decisori pubblici che hanno sfidato ogni comune buon senso. Non è mai stata necessaria tanta volitiva capacità decisionale politica come negli ultimi trent’anni di fondamentalismo neoliberista per riuscire a privatizzare ogni bene e ogni servizio di interesse collettivo. Dall’etere, alle autostrade, dalle agenzie del lavoro al gioco d’azzardo, dai servizi idrici alle poste e alle ferrovie…

Non è svanita la politica in genere. Al contrario ha trionfato una determinata politica ed è scomparsa un’altra, quella della sinistra storica che è stata “sussunta” dal sistema in ruoli ancellari, di bassa amministrazione. Banalmente i conti sono presto fatti dagli istituti statistici dell’Ocse e dalle agenzie delle Nazioni unite: aumenta la forbice delle ineguaglianze e delle ingiustizie, aumentano le migrazioni (20 milioni all’anno solo di profughi ambientali), si aggrava la crisi climatica. Ben vengano allora Jeremy Corbin, Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez, Antonio da Costa e quant’altri nel mondo stanno facendo resuscitare l’amore della politica nei giovani in nome di un’idea politica (l’ecosocialismo) e di un programma politico (il green new deal) alternativi.

comune-info.net

Una domanda alle sardine.

Una domanda alle Sardine: il nemico è il populismo o l’ingiustizia sociale?

di Tomaso Montanari

Tutto ciò che va contro Salvini, tutto ciò che riporta in piazza la gente dalla parte giusta, va bene: giusto pensarlo e giusto dirselo. Ma lo strepitoso successo delle Sardine comporterà infine un’erosione elettorale della destra, o alla fine lascerà intatte le ragioni di quel consenso? Una domanda ineludibile: e che vale sia sul brevissimo termine delle elezioni emiliane, sia su quello più medio-lungo. Perché è evidente che un altro mandato di Bonaccini sarà probabilmente meno peggio di un’Emilia Romagna nera, ma, se poi Bonaccini governerà come finora ha governato, la Lega non potrà che crescere ancora, e infine vincere (e lo stesso discorso vale per la Toscana).

Marco Revelli ha notato che le critiche alle Sardine assomigliano ai discorsi della gente che dà buoni consigli non potendo più dare cattivo esempio. Ha perfettamente ragione, ma, come ha scritto George Orwell, «per difendere il socialismo, occorre cominciare attaccandolo».

Leggendo i tweet entusiasti del peggior PD e i peana che si susseguono sui grandi giornali che hanno avuto un ruolo cruciale nel demolire la sinistra; sapendo che a Torino vi confluiscono le Madamine Si Tav e i vertici della Compagnia di San Paolo, a Milano i più accesi sostenitori dell’Expo e a Firenze il sottobosco politico del governo delle Grandi Opere, la domanda che affiora alle labbra è: siamo di fronte a una gigantesca strumentalizzazione, o c’è qualcosa, nelle Sardine stesse, che ne autorizza questa tranquillizzante interpretazione “di sistema”?

Il manifesto del movimento individua il proprio nemico nel “populismo”. Il che significa considerare alla stessa stregua il consenso al Movimento 5 Stelle e quello al sovranismo neofascista di Salvini: è questa, mi pare, una prima connotazione “di sistema”. Ma ammettiamo che il vero bersaglio sia la Lega: siamo sicuri che considerarla la causa del nostro male collettivo, e non l’effetto di un altro male più antico e profondo, sia la strada giusta? Personalmente, non credo che il successo dell’estrema destra sia la malattia. Credo invece che quel consenso sia il sintomo mostruoso della vera malattia: l’enorme ingiustizia sociale che ha sfigurato questo Paese. La destra estrema appare l’alternativa – nera, terribile, portatrice di morte – a un ordine mondiale che si predicava senza alternative. E invece le nostre Sardine sembrano convinte – almeno a leggerne i testi – che il problema sia il populismo: e non l’ingiustizia e la diseguaglianza (parole assenti dai loro manifesti).

Per capire meglio, sarebbe necessario esplicitare alcuni punti della pars costruens del manifesto: «Crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie». Un testo che diventerebbe chiaro, e interpretabile, se di questi politici fossero fatti i nomi.

Il passo chiave, invece, è quello in cui si legge: «Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto». Ora, chi potrebbe contestare tutto questo? Ma rimane una domanda: è bellissimo che chi è in grado di aiutare gli altri, si ribelli alla sporca retorica della estrema destra, ma non dovremmo forse anche chiederci perché ci siano così tanti “altri” da aiutare? E, soprattutto, non dovremmo domandarci se il punto critico non stia nello smontaggio dello Stato (cioè nel progetto della Costituzione), che questi “altri” avrebbe dovuto aiutare? Ancora: non sarà che il silenzio e la solitudine di questi “altri” è il nostro vero problema?

In piazza con le Sardine sembrano esserci soprattutto i “salvati”, o almeno è questa l’estrazione delle guide del movimento. Certamente sono salvati ben diversi da quelli che stanno davanti alla televisione, e tacciono di fronte al dilagare della destra. Ma questi salvati finalmente in movimento hanno coscienza delle ragioni per cui i “sommersi” votano in massa per Salvini, o ancora più in massa non vanno a votare?

Quando poi si legge come descrivono Milano («La città dove oggi celebriamo i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, che ha dato i natali ad Alessandro Manzoni, ospitato Giuseppe Verdi, dove c’è il Teatro alla Scala, tempio della musica classica e della lirica riconosciuto a livello mondiale»), si capisce perché Giuliano Ferrara, incontenibilmente entusiasta delle Sardine, le abbia definite: «un movimento spontaneo di fiancheggiamento dell’establishment».

C’è da sperare che i prossimi giorni gli diano torto, e che dalle Sardine arrivino risposte chiare e concrete sulle scelte da fare: a partire dalla disponibilità a scendere in piazza coi ragazzi dei “Fridays for Future”. E poi su molte delle questioni spartiacque: sono accettabili gli accordi con la Libia, quale politica del suolo e del territorio è sostenibile, cosa fare dell’autonomia differenziata, e via dicendo? Non si tratta di avere un programma, ma di capire da che parte stanno, davvero, le Sardine. Perché siamo tutti felici che lo spazio pubblico torni a riempirsi di cittadini che non intendono cedere alle sirene dei nuovi fascismi, e sono il primo a voler credere nel valore positivo e liberatorio di questo ritorno collettivo in piazza, che per tanti versi allarga il cuore. Ma se si trattasse di cittadini che sostanzialmente vogliono che l’Italia resti quella che è, fascisti esclusi, saremmo al punto di partenza: perché se l’Italia rimane quello che è – cioè un Paese atrocemente diseguale, con un’economia che uccide e un’ingiustizia crescente – i fascisti continueranno a veder aumentare il loro consenso. Ma se invece le sardine saranno anche un po’ come i salmoni, e sapranno andare contro la corrente del pensiero unico, allora forse avremo una speranza in più.

fonte: http://volerelaluna.it/