Rifondazione Comunista : elezioni amministrative Grosseto 2021

Il Partito della Rifondazione Comunista in vista delle prossime amministrative che
riguarderanno anche la nostra città sta lavorando ormai da mesi su tre punti
programmatici. Lo ha fatto curando gli argomenti più vicini alle singole sensibilità di chi li
ha stilati, attraverso la ricerca di fonti, notizie, ragguagli tecnici, contattando compagni a
vari livelli che ci potessero dare una mano per provare a coniugare la teoria con la pratica.
Le nostre ipotesi di lavoro per Grosseto (di cui abbiamo dato notizia a suo tempo
attraverso un comunicato stampa sono queste:

 

1) fare di Grosseto una città liberata dall’emergenza abitativa e dal dramma degli sfratti
2) rilanciare concrete iniziative nel settore dei servizi educativi riaffermandone qualità e
ruolo pubblico
3) ripristinare forme di partecipazione attiva dei cittadini al fine di recuperare ruolo e
qualità delle frazioni e dei quartieri.Una delle conseguenze che colpisce in modo più pesante le cittadine e i cittadini che
vedono il proprio reddito pesantemente ridimensionato dalla crisi è il rischio di perdita
della casa prodotto dalla impossibilità di far fronte alla spesa per l’affitto.
Il sistema di edilizia residenziale pubblica è anche nella nostra provincia praticamente
fermo da anni e l’entità del “contributo affitto” erogato non è assolutamente in grado di
garantire ai cittadini meno abbienti la possibilità di affrontare il libero mercato delle
locazioni.
Noi riteniamo che una delle “infrastrutture” a cui debbano essere destinate le somme
messe a disposizione dal Recovery Fund sia quella della coesione sociale che non può
essere garantita se non si superano le endemiche disuguaglianze che colpiscono il nostro
paese.
Infatti uno degli elementi che ha, più acutamente, prodotto tali disuguaglianze,
concentrazione della ricchezza ed insicurezza sociale è la mancanza di una adeguata
politica sulla casa e l’emergenza COVID ha prodotto, assieme ai danni consistenti alla
salute pubblica, una drammatica crisi economica che ha colpito duramente i cittadini più
fragili privi delle coperture economiche necessarie a far fronte alla negativa
congiuntura; tale crisi ha visto crescere in maniera esponenziale i dati della emergenza
abitativa determinata dal numero di famiglie non più in grado di far fronte al canone
locatorio e la crisi dovuta al Covid ha, e avrà ancor di più nel futuro, accelerato una
situazione già ampiamente insostenibile scaturita dalla cosiddetta morosità incolpevole, a
fronte di insufficienti risposte tampone e comunque finalizzate ad arginare una crisi (che
purtroppo si protrarrà per molti anni ancora) e non alla volontà di risolvere il problema
sociale di fondo come l’effettiva esigibilità del diritto alla casa. L’aumento consistente di
richieste di contributo affitto indicano il crescente numero di famiglie a rischio di morosità
incolpevole perché impossibilitate a sostenere il canone di affitto (per perdita di lavoro) e
il rischio della perdita dell’alloggio, qualora si avverasse l’automatismo perdi il lavoro =
perdi la casa, é un drammatico evento di deprivazione, capace di produrre un’acuta
sofferenza sociale da non poter sottovalutare.Del resto gli interventi sociali nel settore abitativo sono ricompresi nel punto 19 del
Pilastro Sociale Europeo e non a caso tra le priorità delle Istituzioni europee, con gli
interventi strutturali in materia di transizione ecologica. Il capitolo dell'edilizia residenziale
pubblica é citato inequivocabilmente ed in maniera limpida nelle raccomandazioni
europee all’Italia, come priorità di spesa, a partire dalla Raccomandazione n. 2: “Accesso al
sistema di protezione sociale adeguata”.
Per questo il Recovery Fund rappresenta un’occasione da non perdere per recuperare un
gap che vede l’Italia scontare, un deficit strutturale di alloggi a canone sociale fermandosi
ad un 3,7% di Edilizia Residenziale Pubblica di fronte alla media europea del 16%. Tale
comparto, per non diventare occasione di cementificazione del territorio, deve vedere il
suo rilancio attraverso il recupero degli immobili pubblici e privati lasciati vuoti a
degradare anche come strumento di riqualificazione del tessuto urbano; e il non
coinvolgere, tramite scelte legislative e normative adeguate, da parte di questo come dei
precedenti governi, l’immenso patrimonio pubblico e privato dismesso e o inutilizzato
favorisce quella sperequazione che può andare sotto la definizione di “case senza gente,
gente senza case”, spesso funzionale a favorire, di fatto, la grande e media speculazione
edilizia e finanziaria. Il “comparto edilizio” ha forti potenzialità nel sostenere una possibile
ripresa una volta superata l’emergenza sanitaria e il recupero del patrimonio edilizio
pubblico, compatibile con la residenza, sarebbe un volano economico e sociale che
permetterebbe di realizzare in tempi ancora più contenuti rispetto all’ iter necessario per
le nuove edificazioni, una grande opera sociale e di riqualificazione urbana a consumo di
suolo zero.
Vanno ricordate le 650.000 famiglie inutilmente inserite nelle graduatorie per l’accesso agli
alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica su tutto il territorio nazionale, le 600.000 famiglie
che nei mesi scorsi hanno chiesto contributi affitto non arrivati od arrivati con importi del
tutto insufficienti, le centinaia di migliaia di famiglie con sfratto ed i relativi proprietari,
coinvolti nella crisi del sistema. Ricapitolando: le politiche abitative non si limitano ad
utilizzare una sola “leva”, ma, a causa dei molteplici bisogni e delle molteplici condizionisociali dei cittadini coinvolti nel problema, possono essere affrontate esclusivamente con
un mix complesso di interventi.
E’ evidente come la soluzione principale e definitiva per cancellare la piaga delle famiglie
“senza casa” sarebbe rappresentata da un congruo numero di alloggi ERP (Edilizia
Residenziale Pubblica) da destinare, tramite graduatoria ai nuclei a basso reddito che non
possono affrontare il mercato libero delle locazioni. Il numero degli alloggi ERP è al
contrario è sensibilmente diminuita a seguito della sciagurata legge 560 che ne ha
consentito la svendita, mentre, una volta cancellata la GESCAL (il prelievo sulle buste paga
che veniva accantonato per il finanziamento delle nuove edificazioni) nulla o quasi è stato
appostato sui relativi capitoli del bilancio dello stato, anzi i residui dei prelievi già
effettuati, circa 970 milioni di €, sono rimasti inutilizzati e “dimenticati” in un cassetto. Il
contributo affitto, previsto dalla legge 431, che doveva rappresentare la “nuova soluzione”,
si è ridotto con il passare degli anni, fino a scomparire negli anni a cavallo tra l’ultimo
governo Berlusconi ed il governo Monti, per poi ricomparire in quantità del tutto
insufficiente al bisogno. A rimpinguare tale contributo hanno provveduto, se pure in
maniera del tutto insufficiente regioni e comuni. I pochi soldi che arrivano, quando
arrivano, ai richiedenti hanno pertanto tre distinte provenienze: stato, regione, comune. La
Regione, oltre a gestire e ridistribuire ai comuni tali fondi, hanno anche altre competenze
di tipo legislativo ed amministrativo offrendo opportunità di finanziamento al sistema ERP
e ad altre linee di spesa relative al controllo del sistema abitativo.
Ai comuni, proprietari del patrimonio ERP, tocca il compito politico della gestione che
viene svolto in forma associata LODE (Livello Ottimane Di Esercizio che corrisponde al
territorio provinciale) ed affidata ad una S.p.a. interamente pubblica come indicato dalla
legge regionale. Nel LODE organo di indirizzo della gestione ERP, la figura del Presidente è
ricoperta dall’assessore alle politiche abitative del comune capoluogo. La S.p.a. che
gestisce il patrimonio ERP del LODE grossetano, si chiama EPG (Edilizia Provinciale
Grossetana) e, come tutte le s.p.a, i cui soci sono i comuni della provincia, è dotata di un
Presidente, di un Consiglio di Amministrazione, di un Collegio sindacale e di un Revisore dei
conti. Tutte cariche di nomina “politica”. Il Comune di Grosseto ha pertanto direttamente ed indirettamente potere di intervento sulla gestione ERP, può contribuire al fondo
“sostegno affitti” e può intraprendere politiche attive nel settore. Abbiamo individuato
alcune azioni che riteniamo necessarie al raggiungimento dell’ambizioso obiettivo che ci
siamo posti, quello di una città liberata dal dramma dell’emergenza abitativa.
Non elenchiamo le azioni con un ordine di centralità o di efficacia, poiché è solo attraverso
la combinazione di tutti i provvedimenti proposti che è possibile affrontare efficacemente
il problema.
1° Istituzione di un osservatorio pubblico sulle politiche abitative e sulla gestione ERP
partecipato dai sindacati, dalle associazioni e dai rappresentanti degli inquilini in modo da
monitorare tutti i bandi e le opportunità proposte sia dal Governo nazionale che regionale,
anche al fine di monitorare il numero degli alloggi sfitti. La media Toscana degli alloggi sfitti
è il 10% delle unità gestite. Se Grosseto dovesse attestarsi su tali numeri, ciò vorrebbe dire
un numero di oltre 150 abitazioni inutilizzate nella città di Grosseto che ne conta
complessivamente 1546. Non sono riuscito a trovare nei documenti pubblicati dall’EPG tale
dato (ciò mi fa pensare al peggio). Punto da approfondire. Anche da qui l’esigenza di un
“Osservatorio”. (Il comune in un documento ne dichiara 1200, dove sono gli altri 340?)
2° Allargamento a 4,6 punti della forbice tra l’aliquota IMU degli alloggi ad affitto
concordato e gli altri immobili. Case sfitte e prime case signorili A1, A6, A9 . 10,6 Case
affittate 0,9 Case affittate ad affitto concordato 6 Attualmente i comune di Grosseto
prevede l’aliquota di 8,6 per case affittate, prevedendo una minima riduzione dello 0,6 per
gli immobili affittati a canone concordato, il 10,6 per le seconde case. Le aliquote previste
dalla legge vanno da un minimo del 4,6 al 10,6.
3° Istituzione di una attività di Agenzia casa a conduzione pubblica finalizzata al
reperimento di alloggi privati (prioritariamente nel centro storico onde contribuire al suo
ripopolamento) garantendo canoni certi e riconsegna nei tempi pattuiti e nelle condizioni
originarie a fronte di una riduzione del canone. Sub affitto a famiglie con difficoltà
economica a canoni dimezzati. Per 60 appartamenti gli oneri potrebbero attestarsi intorno
ai 180.000 € annui.4° Istituzione di un servizio di assistenza dedicata esclusivamente alla emergenza sfratti
con un numero verde a cui sia il proprietario che l’affittuario possano rivolgersi fin dal
primo mese dell’interruzione del pagamento. (40.000 € annui)
L’unica possibilità di trovare una soluzione deriva infatti da un intervento immediato. Se i
servizi affrontano la questione dopo l’accumulo di svariate mensilità non corrisposte, non
vi è più alcuna possibilità di ricomposizione della relazione inquilino-locatore anche nel
caso della utilizzazione dei fondi per morosità incolpevole.
5° Pubblicizzazione e pieno utilizzo dei fondi sfratti morosità incolpevole L’inutilizzo del
fondo per morosità incolpevole è un chiaro indice della fragilità delle famiglie che
incappano nelle procedure di sfratto e la mancanza di una assistenza in grado di utilizzare a
pieno le risorse messe a disposizione.
6° Modifica dell’accordo di servizio tra LODE ed EPG prevedendo una riduzione concreta
dei compensi al consiglio di amministrazione in caso di mancato raggiungimento degli
obiettivi stabiliti tra cui, per primo, la riduzione degli alloggi sfitti a numeri fisiologici.
7° Implementazione fino a 400.000 della parte comunale del fondo sostegno affitti
8° Recupero a fini abitativi di alloggi di proprietà pubblica (da individuare materialmente).E veniamo ora al nostro secondo punto programmatico.
Nel nostro programma deve avere un posto preminente la preoccupazione per la qualità
della vita dei cittadini che si declina attraverso vari ambiti quali quello della salute, del
lavoro, della casa, e, non ultimo, della scuola.
Ed in particolare, pensando ai cittadini più piccoli del nostro comune, ed alla cura che deve
sempre essere la bussola da seguire nei loro confronti, vogliamo che ci sia una vera e
propria riqualificazione dei servizi educativi. E nonostante si sia da tempo evidenziato che
l’investimento sui primi anni di vita ha un valore predittivo anche per lo sviluppo
economico, che certamente per me non è il primo indicatore, l’investimento di risorse nel
settore dell’educazione infantile è ancora molto basso.
Secondo quanto riportato dal documento dell’Istituto degli Innocenti di Firenze, le
proiezioni demografiche indicano che entro il 2030 il numero di bambini sotto i 6 anni
diminuirà del 7,6%; ciò significa un decremento demografico di 2,5 milioni di bambini
nell’Unione Europea nel 2030. Se questo vuol dire che la domanda potenziale di servizi
educativi per la prima infanzia diminuirà nel futuro, tale tendenza di per sé non è per nulla
sufficiente a compensare l’attuale carenza dei servizi, che esiste in quasi tutti i paesi
europei, soprattutto per quanto riguarda la prima infanzia.
Peraltro, la prospettiva di un decremento demografico rappresenta un quadro di futuro
che dovrebbe essere attivamente contrastato e non sembra in dubbio che uno degli
elementi che può sostenere le politiche in questa prospettiva sia proprio quello di
sviluppare maggiormente il sistema dell’offerta con servizi di qualità accessibili in forma
generalizzata ed equa da parte delle famiglie, soprattutto quando parliamo dei primissimi
anni di vita.
E’ anche interessante notare che quando diminuisce la spesa pubblica sui servizi, scendono
di conseguenza gli indicatori sull’accoglienza. Ed il bassissimo tasso di fertilità.naturalmente è correlato al tasso di occupazione femminile attualmente inchiodato al di
sotto del 50% (senza considerare i nefasti effetti della pandemia!) Per questo è del tutto
evidente che la diffusione di servizi educativi che accolgono i bambini nei primi anni di vita
è fortemente condizionale rispetto sia alla scelta di fare un figlio che a quella di poter
accedere al mondo del lavoro.
Il sistema delle scuole dell’infanzia è sulla soglia dell’ipertrofia ed effettivamente per
quanto riguarda le scuole dell’infanzia comunali c’è stata una diminuzione vertiginosa dei
servizi, anche a causa del calo demografico cui si accennava; non ci dimentichiamo poi che
esistono le scuole statali in cui c’è stato ultimamente un vero e proprio travaso anche
perché le famiglie oltretutto spendono meno, perché si pagano solo i buoni pasto (per cui
se sei assente non paghi); però la tradizione delle comunali, specie in Emilia Romagna ed in
Toscana (il famoso Tuscany Approach), ha storicamente rappresentato l’eccellenza. In un
mondo possibile la politica di una Sinistra, che oltre a dichiararsi tale voglia agire di
conseguenza, deve provare ad invertire la prospettiva.
Gli asili nido e le scuole dell’infanzia comunali hanno sempre rappresentato un ricco
patrimonio per la città di Grosseto. Progetti altamente qualificati, nati anche in
collaborazione con l’Università di Firenze e che hanno avuto modo di essere apprezzati non
solo in ambito regionale, ma addirittura a Barcellona e negli Stati Uniti, rendevano questi
servizi dei luoghi molto ambiti dalle famiglie perfettamente consapevoli che i loro bambini
trascorressero tante ore della propria giornata in luoghi studiati per loro con alta
professionalità.
Infatti c’è stato un tempo in questa città in cui iscrivere i propri figli nei servizi educativi del
comune faceva la differenza: l’asilo nido e la scuola dell’infanzia non si limitavano ad
essere dei luoghi in cui i bambini venissero “badati”, ma rispondevano a degli standard che
oggi rimangono un ricordo lontano. La scelta di affidare la gestione di gran parte dei servizi
comunali 0-6 al privato sociale, non ha tenuto conto della necessità di investire su quelli a
gestione diretta tanto che non sono stati fatti concorsi per garantire il naturale turnover di
educatori, insegnanti e collaboratori.Ma la rotta si può invertire. E noi vogliamo che per l’infanzia (la fascia d’età più sacrificata
in questi mesi di pandemia) la politica abbia un occhio di riguardo e che si ritorni ad
investire sia sulle strutture, ma soprattutto scommettendo su un personale qualificato
attraverso concorsi per educatrici ed insegnanti.
Per quanto riguarda i nidi c’è tanto da fare: va ammesso che la Toscana ha investito sui
servizi per la prima infanzia 0-3 in un’ottica di continuità 0-6, ancor prima della Legge
107/2015 e del Dlgs attuativo 65/2017. Lo ha fatto mediante azioni rivolte anche alla
formazione congiunta del personale per implementare il dialogo tra i servizi e l’erogazione
della qualità educativa (gli interventi previsti dalla regione hanno avuto una ricaduta
sull’intero sistema integrato dei servizi – pubblici e privati) e ai comuni è stato assegnato il
ruolo istituzionale di promuovere, progettare e realizzare ogni intervento. Gli enti virtuosi
che hanno saputo ben progettare hanno pertanto realizzato un sistema pubblico integrato
nel quale co-esistono, senza troppe commistioni, servizi comunali 0-3 a gestione diretta –
indiretta e privati autorizzati-accreditati-convenzionati. Il tutto gestito dai comuni per la
parte di loro competenza con risorse proprie, ma anche con il supporto degli organismi di
coordinamento comunale e zonale in una prospettiva 0-6, finanziati dalla regione.
Va sostenuta e implementata la qualità dei servizi educativi investendo in modo particolare
sulla gestione di quelli pubblici che hanno il ruolo, come diceva il compianto prof. Enzo
Catarsi dell’Università di Firenze, di “lepre che corre” tracciando percorsi virtuosi ai quali
ispirarsi per creare contesti di cura e di buone pratiche educative.
Va affermato il diritto all’educazione dalla nascita e la realizzazione di un sistema di servizi
educativi a orientamento universalistico cioè a dire in forma generalizzata ed equa da
parte di tutte le bambine e i bambini. E purtroppo questo periodo orribile di pandemia,
oltre a tutto il resto, sta portando ad un pericoloso scivolamento verso dei servizi
assistenzialistici, dove il margine dell’educare si sta assottigliando sempre di più.
Certo, così può apparire che voler tornare ai tempi della qualità cui abbiamo fatto cenno
sia quasi scrivere nel libro dei sogni . . . ma quando la politica funziona bene niente è
impossibile come ha dimostrato il comune di Napoli che è riuscito a ribaltare la prospettiva attraverso internalizzazioni di personale reclutato razionalizzando le spese in altri settori
per onorare così sia la Costituzione che la Convenzione per i diritti del bambino.Questo è il nostro terzo punto programmatico qualificante.
Noi auspichiamo un confronto pubblico in antitesi al patteggiamento occulto con interessi
forti, la trasparenza sulle motivazioni delle decisioni, muoversi contro l’indeterminatezza
delle responsabilità amministrative.
Del resto le circoscrizioni erano nate proprio nell’ottica di una democrazia partecipata dei
cittadini e per sperimentare forme di autonomia all’interno di un sistema istituzionale
fortemente accentrato e burocratizzato.
Bisognerebbe ritornare a ripensare i servizi territoriali relativi al sociale, alla scuola, alla
cultura, al tempo libero, allo sport, e alla manutenzione di tutte le strutture comunali,
compresi i giardini, gli spazi per i giovani, il verde pubblico, l’illuminazione pubblica, la
segnaletica stradale, il commercio ed i pubblici esercizi, i servizi demografici, le concessioni
di beni d’uso del suolo pubblico, ed altri ancora.

Il nostro Partito pensa anche ad una politica seria nei confronti delle frazioni che sappia
esaltarne le peculiarità territoriali per conseguire, attraverso delle politiche qualificanti,
una ripresa economica e sociale.
Noi riteniamo che sia quanto mai necessario ricostruire la comunità grossetana, perché
infatti ci siamo proprio disgregati, e questo va fatto attraverso processi di riorganizzazione
per avere una visione della città diversa, per scongiurare un’alternanza nel segno della
mediocrità, ma affinché sia piuttosto all’insegna della cultura partecipata. La conseguenza
sarebbe sicuramente la rivitalizzazione del centro storico, ma anche la riqualificazione dei
singoli quartieri, anche con un utilizzo mirato delle strutture che erano in uso alle
circoscrizioni.
E quando pensiamo al tema della partecipazione, riteniamo che si dovrebbe, ora più che
mai, innestare su quello della sanità attraverso i temi della spesa sulla prevenzione, il
ripristino della medicina scolastica, più in generale il rafforzamento della sanità pubblica.
La politica ha demandato le scelte alla tecnica. Il sistema sanitario è un corpo in cui si confrontano interessi diversi e spesso contrapposti. Inquinato da particolarismi, conflitti di
interesse e dalla logica del mercato. Il cittadino è diventato cliente/consumatore di
prestazioni e prodotti sanitari, senza essere in grado di esprimere preferenze di consumo
razionali e tecnicamente fondate, mentre invece I singoli utenti e le collettività devono
poter essere messi in grado di decidere consapevolmente; perché è importante il rapporto
tra il cittadino e la salute, è importante sapere lo stato di salute della comunità, ma non
solo nel momento della malattia.https://documentcloud.adobe.com/link/track?uri=urn:aaid:scds:US:6f14dc4f-0be0-4b64-9eb8-4cd95a5b06fb